Semiramide in Ascalona, Vienna, van Ghelen, 1725

 ATTO QUARTO
 
 Cortile del palazzo di Nino.
 
 SCENA PRIMA
 
 SIMMANDIO e SEMIRAMIDE
 
 SIMMANDIO
 Non erano, o Semira,
 un sì picciolo ben l’Assiria e Nino
820che sprezzarlo dovesse
 la figlia di Simmandio.
 SEMIRAMIDE
 Ma la sposa di Mennone il dovea.
 SIMMANDIO
 Costanza è una virtù d’alme private.
 Per chi nacque a lo scettro,
825l’utile ne sia norma.
 SEMIRAMIDE
                                       Io non conosco,
 fuor che la mia virtude, altra grandezza.
 SIMMANDIO
 Omai più eccelse idee prendansi, o figlia,
 da l’esser tuo. Figlia di re nascesti.
 SEMIRAMIDE
 In Simmandio amo il padre e ’l re non scorgo.
 SIMMANDIO
830Gli ostri natii con queste
 rustiche lane egli a cangiar fu astretto
 da nemica fortuna.
 SEMIRAMIDE
 E dove è ’l patrio regno? Ove i vassalli
 popoli? Ove il nemico?
835Avrem Mennone ed io forza ond’ei tremi
 sul mal rapito soglio.
 SIMMANDIO
 Chi vaglia a dar riparo a’ nostri danni,
 non v’ha che Nino.
 SEMIRAMIDE
                                     E Nino
 è così generoso...
 SIMMANDIO
840No, figlia, ei far nol può, se non tuo sposo.
 SEMIRAMIDE
 Né questo il può Semira. Io son già avvezza
 a premer un orgoglio
 che mi voglia infedel.
 SIMMANDIO
                                          Che cor protervo!
 SEMIRAMIDE
 Malgrado anche di lui, così vuol sorte.
 SIMMANDIO
845Troppo ostinata sei.
 SEMIRAMIDE
                                       Troppo son forte.
 Ma ancor mi asconderai de’ miei natali
 la serie e de’ miei casi?
 SIMMANDIO
 Ad infermo ostinato invan si porge
 il rimedio ch’ei fugge.
850Stiasi con me l’antico arcano.
 SEMIRAMIDE
                                                       Padre,
 in Mennone difendo anche un tuo dono.
 SIMMANDIO
 Altri tempi, altre idee. Segui e te stessa
 a tuo piacer consiglia.
 Ma cangiò il padre e può cangiar la figlia.
 
855   A la sorte, che il crine ti porge,
 mostrarti con ciglio
 austero e sprezzante
 non è buon consiglio
 di saggia virtù.
 
860   Su rota incostante
 immobile il piede
 tien ella; e negletta
 sen va né più riede
 ridente qual fu.
 
 SCENA II
 
 SEMIRAMIDE, BELESA e ARBACE
 
 SEMIRAMIDE
865Altri v’ha che congiuri
 per abbattere un core?
 BELESA
 Semira, io te compiango,
 pur mal riconosciuta.
 SEMIRAMIDE
 Principessa, perché?
 BELESA
                                         Tel dica Arbace.
 ARBACE
870Mennone ti tradisce.
 SEMIRAMIDE
 Eh! So che l’arte in uso
 mette ogni industria, onde mi tremi in petto
 la fé. Ma tutto è vano.
 BELESA
 Nel petto di Semira
875la sostiene fortezza. In quel del duce
 ambizion l’abbatte.
 ARBACE
                                      E del suo primo
 tradito amor la rinascente fiamma.
 SEMIRAMIDE
 Suo primo e solo amor non fu Semira?
 BELESA
 Ne avrai, se qui ti aggrada, il disinganno.
 SEMIRAMIDE
880Cieli! Se questo è ver, vedrò a la fonte
 gir retrogradi i fiumi.
 BELESA
 Altra così dicea.
 SEMIRAMIDE
                                Non del mio duce.
 BELESA
 Di lui, ninfa, di lui, cui l’incostanza
 non costò mai gran pena o gran rossore.
 SEMIRAMIDE
885Mi avveggo. A un re, a un fratello
 ben si serve così. Ma senza il pieno
 testimon de la vista e de l’udito,
 non crederò giammai Mennone infido.
 ARBACE
 Vogliam che qui tu ’l vegga e qui l’ascolti.
890Colà ti ascondi e inosservata...
 SEMIRAMIDE
                                                         Oh dei!
 Comincio a vacillar... No... Ciò ch’ei fece
 per me, ciò ch’io per lui
 non mi lascia timor de la sua fede
 e l’accorta Semira a voi non crede.
 
895   Pieghi a l’onda e ceda al vento
 scoglio in mare e sasso in monte;
 ed alora in chi m’adora
 incostanza io crederò.
 
    Pien di amore e di ardimento
900fin di morte il vidi a fronte;
 e a tenor de la sua fede,
 anch’io fida a lui sarò.
 
 SCENA III
 
 BELESA e ARBACE
 
 ARBACE
 Son già presso a la meta i tuoi desiri.
 Supplichevole amante
905Mennone a te verrà.
 BELESA
                                        Verrà protetto
 dal reale favor, con tutto il fasto
 di un facile perdono
 e di un sicuro amor.
 ARBACE
                                        Nulla, o Belesa,
 a oprar più resta a la crudel mia fede.
 BELESA
910Ma le resta a soffrir.
 ARBACE
                                        Che crudeltade
 far de la morte mia fabbro me stesso!
 BELESA
 E qui ’l frutto godrai di tua bell’opra.
 ARBACE
 Deh! Per pietade, o mi risparmia un tanto
 affanno o non tradirmi.
 BELESA
915Ch’altro poss’io? Soffri, ti dissi, e spera.
 ARBACE
 E soffersi e sperai.
 BELESA
                                     Non basta ancora.
 ARBACE
 Povero cor! Si segua
 e sperando e soffrendo alfin si mora.
 
    Son qual misero soldato
920condannato
 a vegliar con fermo ciglio,
 dove certa è per lui morte.
 
    Tu non sai del rio comando
 la fierezza;
925io lo so, che sto penando
 col dover di parer forte.
 
 SCENA VI
 
 MENNONE con seguito di siri e i suddetti
 
 MENNONE
 (Qui Belesa). (Piano)
 BELESA
                             Qui ’l duce. (Ad Arbace)
 MENNONE
                                                    Ella mi rechi
 prima le sue discolpe. (Da sé)
 ARBACE
 Vedi alterigia! Attende (Piano a Belesa)
930che tu ’l grado avvilisca.
 MENNONE
                                              Io son l’offeso. (Da sé)
 Ma rossor la trattien.
 ARBACE
                                         Fasto il fa audace. (Piano a Belesa)
 Ciel! Che viltà. (Vedendo che Belesa si avanza)
 BELESA
                               Mal mi consigli, Arbace. (Piano ad Arbace)
 Mennone, io ben credea che infedeltade
 fosse in alma spergiura un fier rimorso
935ma non sì ne la tua ch’usa a maggiori
 trofei, beltà temesse, un tempo amata,
 e ne fuggisse il già sì caro aspetto.
 MENNONE
 Rimorso? Eh! Principessa,
 dillo rispetto. Io fuggo
940quel volto, in cui fierezza
 tutti in mio danno armò gli sprezzi e l’ire.
 BELESA
 Quando s’ama da ver, si può soffrire.
 Ma spesso al disleal basta un pretesto.
 MENNONE
 Le ripulse a un amante,
945che sa di meritar, fan troppo senso.
 BELESA
 (Che orgoglio!) Ingiusto, il so, fu il mio rigore;
 e correggerne il fallo
 volea; ma il tuo abbandono altri mi diede
 pensieri ed altri affanni. Ah! Frettoloso
950troppo fosti e crudele in vendicarti.
 MENNONE
 Dolce accusa d’amor, quanto mi piaci! (Da sé)
 ARBACE
 Così favelli? E tu non l’ami? (Piano a Belesa)
 BELESA
                                                       Eh! Taci. (Piano ad Arbace)
 MENNONE
 Se sincero, o Belesa,
 mi parlasse il tuo core...
 BELESA
                                              E che? Potea
955Mennone in altri affetti essermi oggetto
 d’indifferenza? Arbace,
 digli tu le mie smanie, i pianti, i lai.
 ARBACE
 Purtroppo è ver. (A Mennone)
                                  Quanto penar mi fai! (Piano a Belesa)
 MENNONE
 Disingannati omai; già torna a’ primi
960ceppi l’antico amante.
 BELESA
 Ma ritorna incostante.
 MENNONE
 Prova fa di mia fede
 la mia stessa incostanza.
 BELESA
 Come?
 MENNONE
                 Amor già non fu, fu sol dispetto
965quel che mi trasse a vagheggiar Semira.
 BELESA
 Non l’amavi; e per lei
 cimentasti, quant’eri, e gloria e vita?
 MENNONE
 In lei di mia vendetta
 le ragioni sostenni. Io de’ tuoi sprezzi
970volea punirti; e a me ne parve il mezzo
 tanto miglior, quanto più indegno e vile.
 BELESA
 Ma la beltà di lei...
 MENNONE
                                     Regni ne’ boschi,
 non sul cor degli eroi.
 BELESA
                                          Nino pur l’alza
 al suo letto e al suo trono.
 MENNONE
975Certi bassi vapori,
 da un troppo sollevati ardente raggio,
 tornano in nebbia a dissiparsi o in pioggia.
 Del vile affetto arrossirà ben tosto
 l’alma reale. In noi sarà, sì, in noi
980stabil l’amor, difeso in te dal merto
 del sangue, in me da quel de la mia gloria.
 BELESA
 Ben ne giudichi, o duce.
 ARBACE
                                               (Ahimè!)
 MENNONE
                                                                   Già cedo
 al re sopra colei le mie ragioni.
 BELESA
 Piacemi.
 MENNONE
                    Ma Belesa
985l’atto pria ne gradisca e mia si giuri.
 BELESA
 È giusto.
 ARBACE
                    Ah! Principessa. (Piano a Belesa)
 MENNONE
 A l’assenso di Nino il tuo si aggiunga.
 BELESA
 Pronta; ed Arbace in testimon ne accetta.
 ARBACE
 Non posso più. (Piano a Belesa)
 BELESA
                               Sei pur da poco! Aspetta. (Piano ad Arbace)
 MENNONE
990Dunque un soave nodo?...
 BELESA
 Mel comanda il germano, il cor mel chiede.
 MENNONE
 Lo sposo?...
 BELESA
                        E dove posso
 trovar alma più grande. Il sirio regno
 già consorti ne attende.
 MENNONE
995O Mennone beato!
 ARBACE
 (O miseri scherniti affetti miei!)
 BELESA
 Vieni. Il mio re, l’idolo mio... tu sei. (Improvvisamente si volge e prende la destra di Arbace né più riguarda Mennone che rimane come immobile)
 
    Questo, sì, questo (Verso di Arbace)
 è ’l mio tesoro,
1000l’idol che adoro,
 l’anima mia,
 non tu, pien d’albagia, nudo di fede. (A Mennone)
 
    Resta; e ti stracci
 sdegno ed amore,
1005onta e rancore
 con gelosia;
 e questa, indegno, sia la tua mercede. (Parte con Arbace)
 
 SCENA V
 
 MENNONE e poi SEMIRAMIDE
 
 MENNONE
 Mennone, che è di te? Sei tu percosso
 da folgore? È sì strano
1010che una femmina inganni?
 Scuoti il gel da le vene,
 lo stupor da le membra.
 Hai con che vendicarti
 di Nino e di Belesa.
1015Semira... Eccola. O dio! Già mi confondo.
 Se mi udì, che far posso? Ove mi ascondo?
 SEMIRAMIDE
 Sì attonito m’incontra il valoroso
 Mennone da la pugna? Egli pur vinte
 avrà le insidiose
1020lusinghe? Ei scettri offerti, ei regie spose
 accolte avrà con quel disprezzo istesso,
 con cui guardò Semira,
 vapor basso e vil ninfa, e l’Asia e Nino.
 MENNONE
 (Tutto ella intese. O barbaro destino!)
 SEMIRAMIDE
1025O di tutti i viventi uomo il più ingrato!
 Quant’è, pure a’ miei lumi
 Mennone si è svelato. Eran dispetto,
 inganno, tradimento
 le gelosie, le smanie, i rei furori
1030che per me tu fingevi.
 Mi volevi fedel, perché ministra
 fossi de’ tuoi pravi disegni. Ah! Questo
 meritava io da te? Teco fui sola
 ne l’estrema fortuna. Io nel mio core
1035la vittoria ti diedi
 sopra il maggior dei re. Quando anche a tutti
 vil fossi stata e indegna,
 per Mennone io non l’era.
 Ma grazie al ciel, tua iniquità mi assolve
1040d’ogni dover. Finisco
 già la miseria mia ne’ tuoi spergiuri.
 MENNONE
 Che? Già pensi a corone? E la giurata
 fede a ritor?...
 SEMIRAMIDE
                             De la mia fé qual altra
 cura ti preme? Sopra lei qual credi
1045diritto aver? Tu me l’hai resa. Io posso
 disporne a mio talento; e farne omaggio
 posso a virtù, poiché di man la strappo
 a perfidia e a furor. Prenditi il solo (Trattosi di dito l’anello di Mennone, glielo getta a’ piedi)
 pegno che a me ne resta; e me non segua
1050per te che eterno obblio. Già al tuo rimorso
 ti abbandono per sempre,
 se pur tanto non è dal reo costume
 quell’empio core soprafatto e vinto
 che ogni senso di colpa abbia già estinto.
 
1055   Sprezzai trono e amor di re,
 sinché il cor non vidi in te
 reo d’ingrata infedeltà.
 
    Tollerai rabbia e furor;
 ma detesto ed ho in orror
1060una perfida viltà.
 
 SCENA VI
 
 MENNONE col suo seguito e poi ALISO
 
 MENNONE
 Sposo il re di Semira? Ella di lui?
 Più tosto ambo di morte.
 Un novello furor m’occupa e vie
 m’apre sinora ignote.
1065Dite. Vedrem, soldati, a noi dar leggi
 femmina sì plebea? Vedremo il sangue
 dei nostri re, progenie alta di Giove,
 profanarsi da quello
 di villana bifolca?...
 ALISO
1070Tal di Semira ei parla?
 MENNONE
                                             Aliso, a tempo.
 Si pensa d’innalzar Semira al soglio,
 per ignominia de l’assirio nome.
 Anziché tanto scorno ne ricopra,
 cimentiamo un ardito
1075sforzo. Tu a’ miei guerrieri i tuoi congiugni
 pastori e fin sul trono
 andiamo a spaventar l’amor di Nino
 e ’l fasto di Semira.
 ALISO
 Signor, quella Semira era pur degna
1080degli affetti di Mennone poc’anzi.
 MENNONE
 È vero; e ne arrossisco.
 Ma il domestico obbrobrio
 di un indegno imeneo
 nel vassallo finisce,
1085quel d’un monarca in tutti
 si spande. Aliso, su, risolvi. Io tanto
 dal mio giusto furor sento infiammarmi
 che, a qualunque mi osasse
 far resistenza, immergerei nel petto
1090ferro vendicator.
 ALISO
                                  Piè frettoloso
 volgo a raccor le amiche genti; e tosto
 teco, o duce, mi avrai.
 MENNONE
 Sì. Tu m’assisti; e nostra è la vittoria.
 ALISO
 Un tuo nuovo favor è per Aliso
1095che tu ’l degni compagno a la tua gloria.
 MENNONE
 
    Spaventerem sul soglio
 quel troppo indegno amor.
 
 ALISO
 
    Gastigheremo orgoglio
 e vincerem livor.
 
 MENNONE
 
1100   Siamo a que’ vili esempio
 di nobile valor.
 
 ALISO
 
    E tremar faccia ogni empio
 zelo vendicator.
 
 Fine dell’atto quarto